LAMONKEY
"Quattro mani, una coda, un cuore grande e ...LA RABBIA!"

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GUSTO DI SCIMMIA
ALLA SCIMMIA PIACE : disegnare, sempre e comunque camminare a piedi nudi su pavimenti appena lavati quando l' aria profuma di neve guardare i fuochi d'artificio abbracciati su un molo inventare storie fantastiche i bei ragazzi cercare pezzi di vetro in spiaggia giocare, ridere e abbracciarsi sotto al piumone paseggiare lungo il molo le romanticherie gli spaghetti col sugo di pomodoro e basilico che faceva la nonna leggere in treno abbuffarsi di popcorn davanti a un film preparare dolci gli alberi di natale i cattivi ragazzi i tatuaggi le sorprese (fatte e ricevute) la neve il mare il pesce crudo suonare il violoncello restare in casa sotto al piumone quando fuori piove i balli mascherati e le feste a tema ballare e sudare per ore fare tanto e bel sesso inventare filastrocche i vampiri e i mostri il martini bianco o la vodka con un chupa-chups alla ciliegia e tante tante altre cose...

ALLA SCIMMIA NON PIACE : il polpettone litigare la gente senza palle lavare i piatti la gente troppo seria avere torto i ritardatari la gente banale la geografia e matematica chi vuole vincere a tutti i costi le bugie e i non detti guidare sotto la pioggia stare da solo e tante tante altre cose...
MONKEYSOUND
...80's, Punk, dark, goth, new wave, alternative pop, to classic, opera, baroque, electro wave, industrial, rock, a lot of soundtracks and musicals, etc etc etc...only one thing: i hate reggae!!! Massive attack, Bjork, Lamb, Battiato, Goldfrapp, Nick Cave & the Bad Seeds, Rammstein, Blondie, Soft Cell, Siouxsie & the Banshees, Rasputina, Faith No More, Army of Lovers, Roisin Murphy, Kelly Osburne, Cyndi Lauper, Cure, Baustelle, L'Aura, Dead or Alive, ABBA, Marylin Manson, Royksopp, Muse, Franz Ferdinand, David Bowie, Moloko, Yann Tieresn, The Ark....anD a lot of more"
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postato da dronio alle ore 17:58
martedì, 17 febbraio 2009

DI CUORI CATTURATI, RICORDI E FUTURI ASSIEME

Capita nei momenti difficili di perdere la bussola. Di perdere di vista le cose davvero importanti. Per fortuna, da SEMPRE, al mio fianco c'è LA persona che può riportarmi a casa. Dove tutto è cominciato. Con un semplice regalo. Tanto bello che ho deciso di condividerlo col mondo intero. O almeno con quella parte di mondo che mi segue.

S
pero avrete voglia di leggerlo e di sognare con me. Chi più, chi men. Chi arcobalen.

" T "

 

"Potrei raccontarti, piccolo mio, di quando il Corvo Tempesta sfuggì alle Genti del Nord. O di quando grazie a un cuore troppo tenero egli distrusse un’intera Corte. Di quella volta in cui in un tempo antico credette di aver trovato il suo primo amore. Ce ne sarebbe una che parla di tempeste senza fine. Un’altra di un disgraziato naufragio alle soglie del diciottesimo secolo e di tutte le avventure che ne conseguirono. Il Corvo Tempesta ne ha passate delle belle, ti ricordi?

 

Ma quella che voglio narrarti e una delle ultime storie udite a proposito di lui. Gli uomini hanno smesso di raccontare. Le Fate si sono rannicchiate nei loro palazzi. Hanno smesso di camminare lungo gli stessi sentieri degli uomini. Per questo motivo trovare quello che stai per udire è stata un’impresa degna a sua volta di venir raccontata. Ma non divaghiamo. Come disse qualcuno “anche questa è un’altra storia…”. Quindi torniamo a noi, o meglio, a lui.

 

 

Taranis ha finito la Cerca per il Principe del Pavonbianco. Il suo tributo è stato pagato. È finito il tempo dell’Angelo dei Candidi Cuori. Ogni piumaggio è ritornato all’antica latebra bellezza. Lucidato dai venti gelidi che mescolano le nuvole delle tempeste. Ricoperto dalla cenere delle stelle. Polvere di diamanti azzurri, ardenti delle altissime sfumature celesti. Anticamente era un rapace notturno e si sorprende d’esserlo ancora. Dopo anni di complotti e giochi tra gli umani di cuore, è tempo per lui di tornare ad essere autentico. Così una notte, in una città ormai addormentata, si arrampica su di un cornicione. Percorrendo la linea di buio come un ombra solida eppure vibrante come se fosse ancora capace di sentire, sensibilissimo, il battito del cuore di tutto il mondo. Eppure i passanti non lo notano. Talvolta alzano lo sguardo borbottando qualcosa: aspettano la neve. Hanno dimenticato che le ombre possono essere vive. Ma quante cose dimentica la gente… per fortuna, aggiungerei io. Chissà cosa sarebbe successo a Taranis se ci fosse stato qualcuno capace di vederlo arrivare sulla cima dell’opulento palazzo storico. Danzando per un istante tra le solide statue di titani che reggono la cupola di rame diventata verde come il mare. La sua forma acquista dettagli. La giubba lo fascia in un pezzo unico di notte ben stretto al suo corpo sebbene i neri pizzi ricamati sopra sventaglino come farfalle impazzite. I suoi gioielli bruniti fino a perdere ogni colore tintinnano al vento che porta sospiri di rassegnazione, frenesia e dolore. Il piatto più comune in una città così fredda. Le passioni antiche, quelle primordiali, sembrano essere troppo forti per un mondo così anestetizzato dalla vita. Sono sempre state le più dolci. Le uniche pregiate. Taranis lo sa bene, un tempo erano il suo unico alimento. Ma ora sono nascoste. Come l’oro delle Fate. Ecco perché Taranis arriva fino al bordo della balaustra di pietra. Con uno sguardo che langue di desideri ma che deve sostenere la traccia nera della consapevolezza. Apre le braccia e una brezza leggera lo solleva. Portandolo sullo spigolo del davanzale. Con le punte degli stivali non poggiate sulla pietra ma bensì su di una piccola magia. Alza i palmi. Le Ali fremono sulla sua testa scompigliando le ciocche corvine. Non si allarga nessun sorriso. Non zampilla alcun incantesimo. Le ali strappano l’aria come urla. Le piume scivolano l’una sull’altra finché non hanno raggiunto le giuste dimensioni. Poi il salto. La caduta. Il volo.

 

Taranis ha imparato a cercare a fondo nei cuori che ruba. Affonda le dita delicate nel petto di ogni essere umano. Piomba dall’alto e con la mano trapassa le deboli difese degli uomini. I suoi occhi di digitale purpureo a volte si sciolgono in stanche pozze grigie ma poi tornano a tremolare di luce violetta. Solo in alcuni casi un lampo verde come il vino di lucciole li attraversa. Ed è là che la caccia termina. Il predatore distende la sua Magia e la stringe come una rete. Finché non trova quella finestra dai vetri appannati. Allora le sue dita toccano il vetro e all’interno della loro impronta si può intravedere un poco la sorgente di tanto tramestio. Cosa può mai esserci di più potente d’un cuore? Eccolo là. Taranis si avvicina così tanto da oscurare totalmente la luce dei lampioni. Sulla sua spalla fiorisce un fiore di velluto nero che in un istante sboccia e si allarga. Avvolgendolo coi suoi lunghi petali in un capiente mantello gonfiato dal vento. Dentro, la stanza è grande e spoglia. Le pareti polverose sono state intonacate molti anni prima senza successo. C’è una scrivania che cade a pezzi. Un delizioso armadio di legno inciso e tanto ciarpame da essere umano in ogni angolo. Montagne di vestiti, zaini, uno stereo e una cesta del bucato. Due reti ricoperte da materassi foderati in vecchie lenzuola colorate. Uno dei due, quello in un angolo, ha un copriletto di margherite e fiori di papavero. Le pareti su cui poggia sono dipinte. Protette con una magia. Lo stesso tipo di incanti che usano i bambini, eppure accurato, ben fatto. Pregevole: una ninna nanna che protegge i sogni. Sarebbe interessante per Taranis dargli un’occhiata con maggiore attenzione ma ecco che una figura entra dalla porta. È girata verso il corridoio e continua a parlare con qualcuno. Fa un passo nella stanza, prende contro allo stereo con il dorso del piede nudo e comincia a imprecare appoggiandosi ai due scarni scaffali di libreria. Non è troppo slanciato e in effetti nemmeno troppo bello. Ci sono esseri umani che si potrebbero spacciare per sidhe e questo non è assolutamente il caso. Taranis lo sa, se ne intende di bellezza perché ne è totalmente schiavo. Ha un corpo paffuto e pallido con una faccia quadrata e occhi piccoli stretti nel dolore. I suoi capelli però sono divertenti. Di un nero verde piuttosto forte e scompigliati in un arruffato groviglio, un nido d’ispidità e sofficezze. C’erano cicisbei un tempo che avrebbero pagato molti denari per quell’accostamento di colori e per quel volume di capelli. Eppure il ragazzo è tremendamente vittima del suo tempo. Pochi stracci cuciti assieme senza alcuna cura per la bellezza dei tessuti. Nessun gioiello. Uno straccione insomma. Ma ha qualcosa dentro di se. Scintilla anche mentre si trascina zoppicante al suo letto. Quello nell’angolo protetto dalla ninna nanna dipinta. Massaggiandosi e lamentandosi un po’ si stiracchia come un animaletto silvano e poi sbarra gli occhi al soffitto. Mentre i suoi pensieri cominciano a rovistare trai colori della stanza la luminescenza al centro del suo petto s’intensifica fino a diventare una corona di raggi solari. Sotto di essa, sotto le carni, il Corvo Tempesta cerca il cuore. Lo trova avvolto da una fitta condensa di brina. Un cristallo di neve. Un semplice fiocco del cielo.

 

Ma ecco che il vetro della finestra cambia. Ancora un’altra magia. Da quando gli umani sono diventati così abili in questo senso? Ed è in quel momento che Taranis si chiede per la prima volta se il potere che sente è davvero umano. In un batter di ciglia si trova davanti a una finestra diversa. Il palazzo stesso è cambiato. No, non si tratta di magia. Taranis sta cavalcando la visione di qualcosa o di qualcuno.  Sta navigando nel tempo, o comunque in quella cosa che gli umani chiamano così. La memoria e la realtà non sono così distanti per il Popolo delle Fate. Basta solo saper osservare.

 

Dopo un capogiro si trova su  di un balcone stretto come un corridoio. Ci sono due finestre e una porta a vetri. Una delle finestre da su un bagnetto buio mentre l’altra su una camera illuminata da un televisore. Sul letto quattro gambe femminili sono intrecciate in un abbraccio immobile. Poco più lontana una bottiglia di vino con due bicchieri vuoti ma macchiati di scarlatto. Taranis inspira forte il profumo di neve che si agita dietro la porta a vetri. Ed è proprio al di là di essa che riesce a intravedere uno scorcio di camera. Una libreria e un tavolo di legno e vetro sul quale riposano computer e fogli, una grande lampada nera che sembra un pendlo e tanti ninnoli colorati. Altro ciarpame. Aguzza lo sguardo ma oltre a un basso mobiletto nero e a una fila di dischi musicali non c’è altro. Gli umani non sanno mai fino a che punto circondarsi di cose belle sia importante per decorare se stessi e la propria personalità. Finalmente qualcosa si muove. È proprio lui, sebbene molto più magro. Ora i capelli sono tagliati così corti da ricordare quelli di uno schiavo. Al collo porta una collana di perle di legno scuro. Al dito ha una fede d’argento. Liscia e semplicissima. Eppure così accecante di potere, sesso e giovinezza. Il suo modo di muoversi ha qualcosa di diverso. Ovviamente i suoi contorni rischiano sempre di sfiorare qualcosa e di travolgere qualcos’altro. Ma è un poco più adulto. I sogni turbinano in un circuito che lega il suo cuore alle sue mani. Ora è vivido in lui il seme che può portare alla creazione di un’opera degna di essere goduta. E’ sgraziato certo, non ha quasi niente di genuinamente affascinante, ma in lui è nato il potere di far sì che qualcosa lo diventi. Un pensiero, magari, o una visione, forse. Si mette al computer e comincia a scrivere o a fare quello che i mortali come lui fanno davanti a un computer. Il sogno fluisce ad ondate con un semplice gesto e Taranis rimane a guardare. Il cuore è ancora lì che batte. Delicato e gelido come le stelle che viaggiano trai mondi e cambiano i destini di interi popoli. È un cuore epico. Qualcosa che è meritevole guardare e tremendamente rischioso toccare. Taranis sta per avvicinarsi ancora quando la ruota fa un altro giro.

 

Ora si trova su di un balcone di pietra abbastanza ampio e chiuso su più lati. Sembra un cassetto aperto a metà che lascia solo intravedere il suo contenuto. Taranis si fonde con l’ombra dei batuffoli di pioppo che picchiettano contro i vetri esposti. Trasformarsi nell’ombra di un uccellino, di un dragone o di qualcosa d’infinitamente più piccolo e insignificante è ogni volta un riflesso quasi incondizionato per lui. Taranis può giocare liberamente con il suo corpo, fintanto che gli uomini non lo guardano, e nel quartiere industriale dove si trova ora non c’è anima viva. Dopo aver lavorato come api depresse, demotivate, decerebrate… gli uomini se ne sono andati. Si sono rinchiusi in casa da qualche altra parte. In uno scorcio di Felsina che non ricordi loro quanto sono piccoli e insignificanti. Che bizzarri in ogni caso gli umani… pensa Taranis, tanto impegno solo per soffrire vite intere. Solo per non arrivare da nessuna parte. Eppure qualcosa oltre il balcone, il vetro e le porte finestre lo sta aspettando. Il ragazzo è rannicchiato nell’angolo di un divano grigio e macchiato con una coperta ridicola addosso. In una stanza che riporta i mobili della precedente visione solo più curvati sotto il peso di mille inutili cose e di tantissimi libri. Il giovane ormai non ha più niente di bambinesco sul volto. La pienezza delle carni ha lasciato il posto alla forza dell’ossatura. Un aspetto più emaciato ma di gran lunga più intrigante. I capelli seguono un ciuffo denso come un’onda incisa nel legno. Li portavano così i cantanti di qualche anno prima, o forse cinquanta… a Taranis non interessa. Il Cuore dentro il petto rimane lo stesso. Le mani oramai sono ardenti di potere. Hanno già creato qualcosa d’importante e sicuramente sono entrate a contatto con la Dea. Forse il mortale ha imparato come si fa una preghiera, un tributo o addirittura un sacrificio! C’è qualcosa di strano, decisamente bizzarro in una consapevolezza del genere. Come se non tutto fosse andato perduto e il mondo avesse ancora qualche possibilità di non perdersi nell’amaro gelo del Nulla. Là dove non ci sono Sogni. Là dove non esiste lo Stupore. Là dove tutto tace nello scorrere crudele del tempo. Là dove l’inizio e la fine non hanno più a che vedere con il Fato, ma con il caso. Il deprimente e rachitico caso. Taranis si avvicina al vetro consapevole che presto la visione cambierà. Riesce però a intravedere alcuni segni su quel corpo di carne bianca che come scudisciate testimoniano qualcosa d’incredibile. Ferite che non dovrebbero esserci. Quell’essere umano patisce le piaghe della Banalità. Soffre della piattezza, della noia, della pigrizia e del vuoto. E’ repellente a tutto ciò che convenzionalmente uccide l’eccezionale! Soffre, soffre rintanato in casa propria sotto quella ridicola coperta sulla quale si rincorrono ritratti di cani da caccia. Com’è possibile? Come diavolo è possibile…

 

Eppure la risposta è così semplice.

Basta solo un ultimo cambio di tempo, di luogo e di realtà.

 

Taranis si ritrova sul tetto di casa propria. Si ricorda tutto ora. Rammenta dei viaggi, come quello appena concluso, che lo portano ogni tanto a ripercorrere sentieri importanti.

Capisce che la via per un cuore mortale è anche l’unica strada per raggiungere il proprio. Che non importa quante avventure vivrà o se gli possa venire da un momento all’altro la balzana idea di conquistare un’isola e trasformarla in Arcadia.

No, l’unica cosa davvero importante è che egli possa sentire il suo di cuore battere all’unisono con quello di qualcun altro e che grazie a questo trovi sempre la strada di casa.

 

Ecco perché Taranis senza più trasformarsi si spoglia d’ogni suo abito, fronzolo o amuleto. Da nudo raggiunge un lucernario quadrato appena socchiuso tra le tegole di cotto rosso.

Lo apre e vi si cala dentro senza alcun indugio.

Senza che il mondo cambi.

 

Taranis s’infila sotto le coperte e si lascia abbracciare.

 

“Ti amo…” sussurra una voce nel buio e improvvisamente due battiti uniti, nel petto di due creature incredibilmente diverse, sono un mondo che dev’essere ancora del tutto raccontato."

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postato da dronio alle ore 12:28
sabato, 07 febbraio 2009

SPRINGTIME FOR HITLER

E' passata una settimana dalla scorsa neve.

Come ampiamente pronosticato dai deliri ansiotici della scimmia,  è arrivato il sole. E la neve si è sciolta.
Chi si aspettava di trovarvi sotto piacevoli germogli pronti a regalare nuova vita resterà deluso. chi attendeva di ritrovare il mazzo di chiavi perso s'incazzerà come non mai. chi come me sperava di trovarci un sentiero tutto nuovo da seguire, mano nella mano nella mano, riceverà una sonora inculata. perchè la neve fa così. un giorno c'è e l' altro forse.

La neve si sa, è tanto bella quanto effimera e fugace. scalda il cuore al sol vederla, gela gli animi e costringe a stringersi l' un l'altro. Poi basta un barlume di sole...

la primavera è ufficialmente arrivata per me quindi.
stagione che odio
quest'anno piu che mai.

fanculo
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postato da dronio alle ore 11:57
giovedì, 05 febbraio 2009

NEVE SCENDE, NEVE SALE

L’ inverno, mia stagione chiave, quest’anno non accenna ad andarsene e, lo dico a malincuore, a lasciarmi stare. La neve ha segnato la fine dell’ anno vecchio e sancito l’ inizio di quello nuovo.

Neve. Adoro la neve. Mi mette di buon umore e mi fa venir voglia di raggomitolarmi sotto le coperte a poltrire in compagnia. Mai come in quest’ultimo periodo è stata silenziosa osservatrice. Attenta presenza di eventi che nel bene o nel male stanno segnando quest’inizio duemilanove.

La neve è una cosa speciale. Sia che scenda o che salga porta con se sempre qualcosa. Si perché, mai come in questi ultimi mesi, ho imparato ad odiare e ad apprezzare sia l’una che l’altra manifestazione.

Scende neve. Porta con se un carico di bianco, freddo e bagnato. Corse sotto i fiocchi. Inseguimenti all’albeggiare sotto un carnevale albino. Strati che oscurano la vista al mio lucernario nascondendoci in un ovattato nagliore. Piccoli depositi gelidi da indicare da sotto a un piumone. Orme, fughe in treno e raffreddori rompi cazzo. Palle di neve all’alba. Starnuti e mari di stelle in brodo fumante come ricompensa.

Sale neve. Mi regala ansie, giri circensi tra un bancone e una cassa. Battiti accelerati. Corse e argini straripanti di parole senza freno. Promesse eterne. Brividi lungo la schiena, bottoni Trudi, baci viscerali, lingue intime e complici, ematomi sconosciuti. Rivelazioni che nemmeno gli apostoli si potevano sognare. Risate, silenzi e bocche tappate a forza. Serate solitarie e silenziose a vegliare sull'altrui sonno. Piacevolmente. Attese e partenze improvvise. La neve che sale sa regalare anche questo. Mai l’avrei pensato. Mai l’avrei sognato. Mai avrei immaginato che così tanto mi sarebbe mancato.

L’ unica cosa che ora mi chiedo è: prima o poi, anzi a breve, la neve se ne andrà. Ed è proprio quel momento che aspetto con curiosità e un po’ d’angoscia. Cosa si nasconderà sotto il ghiaccio? Quando si scioglierà e il suo magico candore sarà solo un ricordo…cosa mi aspetta?

Per ora me la godo. Cerco di pensare solo al piacere di un fiocco che mi si scioglie sulla lingua. Come quando ero bambino. E non alla primavera che arriverà a portarlo via
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postato da dronio alle ore 15:58
lunedì, 12 gennaio 2009

BURN BABY, BURN! BECAUSE THERE'S NO PLACE LIKE HOME!

Brucio! Divampo! Consumo!
È molto che non scrivo ormai. Vuoi perché non avevo nulla (di bello) da scrivere o perché avevo troppo da vivere per trovare il tempo da sacrificarvi, e la voglia, per riportarlo su questo nero spazio. Resta il fatto che da settimane brucio.

 

Le ultime settimane son state un susseguirsi di eventi inaspettati, svolte, colori e persone tali da lasciarmi ubriaco, o (per usare un termine dedicato ai pochi/molti avvezzi al Dronioverso) da lasciarmi letteralmente “Bruciato.
Sono effettivamente stordito dalla bruciante mole di eventi ed emozioni che la vita mi ha portato a vivere nell’ultimo mese e mezzo…

 

Una minuscola fiammella, virtuosa e improvvisa, in stile Piccola Fiammiferaia mi ha scaldato e incuriosito tra ciottoli gelati e baci forzati, in una fredda sera novembrina, dando il via, in maniera del tutto segreta e assolutamente imprevedibile, ad un qualcosa che tuttora continua a prender forma tra le fiamme. Fiamma viva mi ha colto inaspettato tra le assi di legno di un caldo soppalco, cullandomi tra sorrisi e lacrime alcoliche. Ho bruciato di fuochi fatui scaturiti dal clamore generato da lingue cariche e vogliose di scandali da letto. Sono arso di glamour puro, generato da sognatori inconsapevoli, o meglio, strumenti, al servizio di sogni predestinati. Ho lasciato divampare le luci della ribalta di flash e alcool, voltando lo sguardo altrove per non incappare in buchi neri generati da sberleffi e maldicenze. Mi sono fatto pira infuocata tra pareti logore di vecchi mercati e ho lasciato rinvigorire il fuoco da molti sorrisi amici e da ancor più vivide e intense invidie.
Ho lasciato infine che il fuoco uscisse e divampasse fino alle carni, ancora intonse invero, consumandole fino all’ osso. In modo da bruciare, come nelle migliori tradizioni popolari, lo spauracchio dell’ anno vecchio e trasformarmi in anno nuovo.
Ho bruciato di felicità sotto lenzuola di una camera sconosciuta ai più, mentre fuori il mondo esplodeva richiamando, inutilmente, la nostra attenzione, ho bruciato di rabbia e passione a ventimila leghe sotto i mari per difendere i miei territori, ho bruciato la pazienza sotto la neve esagerata, sciogliendola, aspettando col sorriso sulle labbra. Ho bruciato di febbre e passione. Ho bruciato per giorni di delirio, visioni, ansie e sospiri. Ho bruciato di attesa. Ho bruciato, bruciato, bruciato! Brucio d’amore.

 

Ho bruciato tutto, per capire che l’ anno appena cominciato segnerà, o meglio ha già cominciato a segnare, un cambiamento grosso. Un punto di svolta. Troppi segnali sono arrivati in una volta sola. Troppi calci stanno arrivando al mio ossuto culo di scimmia. La parola d’ordine è bruciare. Il fuoco dentro l’ ho sempre avuto, chi mi conosce da tempo lo sa. A volte esce e brucia tutto. Tabula rasa. E ormai è da settimane che non lo forzo più. Esce come e quanto vuole. Cammina con me.
Son saltato da una casa all’ altra, ramingo, gitano, zingaro, barbone, nobilotto in vacanza. Tutto e niente. Casa mia, casa tua, casa sua, casa di chi? Non importa più. Il bruciare cose e persone serve a questo. Si bruciano le cose inutili dell’ anno vecchio, si preservano poche cose importanti. Nel mio caso sono due. E bastano queste a farmi sentire vivo e a casa ormai. Ovunque sia e ovunque sarò. L’ anno nuovo impone una scimmia nuova. La soglia dei trenta passati impone un’altra scimmia nuova. Il fuoco che brucia reclama una scimmia nuova. E l’ avranno!

 

Tutto sta bruciando attorno a me. Quasi senza controllo. Sono stordito. Davvero. Le fiamme spaventano, cominciano ad essere alte e vicine. Cominciano a mancare i punti di riferimento. Fatico a vedere oltre le lingue arancioni. Ma so che oltre quelle fiamme c’è la mia nuova vita e ci sarà sempre casa. Ovunque essa sia. E questo mi basta, perche non c’è posto più bello di casa propria… e il bello è che per me, adesso, può essere ovunque. Mi bastano due sorrisi e quattro braccia, e le mie scarpette rosse sanno già cosa fare.
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postato da dronio alle ore 21:13
lunedì, 27 ottobre 2008

...VELLUTATO BLU...

I wonder why
I don't know what you see
Of course I care
I won't pretend

It's just a thought
I've said enough
Don't you know life turns me
Always wants me
I can hardly pray

I could try
But don't know what you hear
'Cause in my heart
You were so clear

It's just a thought
I've said enough
Don't you know life turns me
Always wants me
I can hardly pray

On your stage
A show that you create
All by yourself
I am nowhere

You never noticed
You were so sure
Don't you know life turns me
Always wants me
I can hardly pray

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postato da dronio alle ore 23:46
sabato, 25 ottobre 2008

LA SCIMMIA CHE GIRAVA LE VITI DEL MONDO


La scimmia, in preda ad una solitaria serata casalinga post seriosità viscerali (belle, brutte, tristi e allegre, ma terribilmente viscerali), decide di mandare affanculo il proprio misero sistema neurale con la visione di un film oscéno.

Si infila la "sua" felpa Yamamoto dimenticata sotto cumuli di vestiti e si appresta al videonoleggio di fiducia dietro il banano. Convinto nella cerca di un film brutto e tamarro col quale svagarsi (nei limiti di un cervello perennemente sovrastato da ipocondrie, dilemmi, crucci e rutti).

Film prescelto: Speed Racer (e che nessuno abbia il coraggio di dire nulla...devo ancora vederlo)

Giunto infine al videonoeggio, la scimmia si imbatte in una graziosa coppia Lui e Lei, di bella presenza, con un certo stile. Lui è il classico trentenne x (per i non avvezi x=niente di speciale), mentre Lei è davvero bella, piena di stile (non la solita vaccavelina) e palesemente acculturata. Una ragazza del tipo "ho appena finito di rileggermi tutti i romanzi di Murakami e sto per ricominciare per la terza volta Jodorowsky. Tutto"

Mentre la scimmia spulcia (letteralmente) i dvd alla bramosa ricerca del suo trash da serata "spegni cervello", assiste ad una curiosa conversazione tra i due...

Lei: Cosa prendiamo amore? che ne dici dei simpson? ne sento tanto parlare ma non so cosa siano, non l'ho mai visto...e tu?

Lui: ma... è un cartone. tipo di denuncia sulla società media...l'ho visto qualche volta credo,ma non mi fa tanto ridere. Non capisco il loro umorismo...

Lei: ha! un cartone di denuncia? ma è una famiglia?

Lui: Si si, storie di vita quotidiana.

Lei: Ma tipo loro in ufficio che fanno cose?

Lui: E', tipo...

La scimmia vuole prender la mano della ragazza, stringerla per vedere se è vera o se è solo frutto della sua immaginazione (cosa assai frequente ultimamente nella testa del primate in questione), ma poi esita. Il distributore smalloppa il film, e la scimmia se ne va... guardando la coppia intenta a decidere con Lei che urla tutta eccitata: "daiiii prendiamo un horror! tipo questo quà; la vendetta delle donne zombie!"

La scimmia accenna un lieve sorriso compiaciuta, perchè in fondo in fondo, questo mondo ha ancora persone che sanno sorprenderla.

Il mondo ha ancora una chance

e forse pure la scimmia
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postato da dronio alle ore 20:25
giovedì, 23 ottobre 2008

SOLSTIZIOSUPPLIZIO

Quest'anno l' inverno è arrivato senza attendere il mio compleanno.
Sì, invece di arrivare il 21 dicembre carico di storie, quest'anno se n'è arrivato prima.
Portandone via una...
Splendida...
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postato da dronio alle ore 14:44
giovedì, 02 ottobre 2008

APPLIQUANDOCI GENIALMENTE

Son passate ore, giorni, con voi, così
È poi solo un mese intero, e siamo qui

Sembra già una vita che noi stiamo assieme
Vola il tempo, vola vero se stiamo bene

il nero, il bianco, non esistono perché
è l’amore a fare tutto, ed il nostro, vale tre
ricorda sempre, tre

Un’estate al mare, solo noi e pochi amici
Ho nel cuor la tua frittura ed i vostri baci

Anche l’ ansia con l’ estate ci ha lasciato
Un inverno intero attende, son beato

Prendi una scimmia, un topo ed un felin
Sembra strano, questo è vero, ma è “very in”

Non esiste il giusto e non conteggio la morale
Amo e basta quel che ho dentro, è ciò che vale

Il nero, il bianco, non esistono perché.
È l’amore a fare tutto, ed il nostro, vale tre
Ricorda sempre, tre

Son passate ore, giorni, con voi, così
È poi solo un mese intero, e siamo qui

Sembra già una vita che noi stiamo assieme
Vola il tempo, vola vero se stiamo bene

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postato da dronio alle ore 19:36
giovedì, 28 agosto 2008

LUCCIOLE PER LANTERNE

Capita raramente di assistere ad una sinergia perfetta di eventi.
Luna, acqua, lucciole, silenzio, risate, lanterne, fichi, odore di mare, sguardi, buon cibo, vino e cheescake.
Ecco quello che ha contraddistinto il Tuo passaggio anche quest'anno.
Serata indimenticabile. Aria carica, elettirica. VIva.
Grazie a chi l' ha resa possibile, oggi e anche domani.
Tutto per te.

La Scimmia e il suo piccolo circo
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postato da dronio alle ore 16:44
mercoledì, 27 agosto 2008

MONKEY AT WORK o MONKEY AT PLAY?

Al lavoro! Al lavoro!
Lor mi cantan tutti in coro
corri taglia fila cuci
compra e monta quelle luci

taglia salta scola cuoci
trita fino quelle noci
tutto bello s' ha da fare
se si vuole festeggiare

Lor mi cantan tutti in coro
Al lavoro! Al lavoro!
Al lavoro!

Fortuna che ho i miei fidati uccellini blu che mi aiutano ^_^

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