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"Potrei raccontarti, piccolo mio, di quando il Corvo Tempesta sfuggì alle Genti del Nord. O di quando grazie a un cuore troppo tenero egli distrusse un’intera Corte. Di quella volta in cui in un tempo antico credette di aver trovato il suo primo amore. Ce ne sarebbe una che parla di tempeste senza fine. Un’altra di un disgraziato naufragio alle soglie del diciottesimo secolo e di tutte le avventure che ne conseguirono. Il Corvo Tempesta ne ha passate delle belle, ti ricordi?
Ma quella che voglio narrarti e una delle ultime storie udite a proposito di lui. Gli uomini hanno smesso di raccontare. Le Fate si sono rannicchiate nei loro palazzi. Hanno smesso di camminare lungo gli stessi sentieri degli uomini. Per questo motivo trovare quello che stai per udire è stata un’impresa degna a sua volta di venir raccontata. Ma non divaghiamo. Come disse qualcuno “anche questa è un’altra storia…”. Quindi torniamo a noi, o meglio, a lui.
Taranis ha finito la Cerca per il Principe del Pavonbianco. Il suo tributo è stato pagato. È finito il tempo dell’Angelo dei Candidi Cuori. Ogni piumaggio è ritornato all’antica latebra bellezza. Lucidato dai venti gelidi che mescolano le nuvole delle tempeste. Ricoperto dalla cenere delle stelle. Polvere di diamanti azzurri, ardenti delle altissime sfumature celesti. Anticamente era un rapace notturno e si sorprende d’esserlo ancora. Dopo anni di complotti e giochi tra gli umani di cuore, è tempo per lui di tornare ad essere autentico. Così una notte, in una città ormai addormentata, si arrampica su di un cornicione. Percorrendo la linea di buio come un ombra solida eppure vibrante come se fosse ancora capace di sentire, sensibilissimo, il battito del cuore di tutto il mondo. Eppure i passanti non lo notano. Talvolta alzano lo sguardo borbottando qualcosa: aspettano la neve. Hanno dimenticato che le ombre possono essere vive. Ma quante cose dimentica la gente… per fortuna, aggiungerei io. Chissà cosa sarebbe successo a Taranis se ci fosse stato qualcuno capace di vederlo arrivare sulla cima dell’opulento palazzo storico. Danzando per un istante tra le solide statue di titani che reggono la cupola di rame diventata verde come il mare. La sua forma acquista dettagli. La giubba lo fascia in un pezzo unico di notte ben stretto al suo corpo sebbene i neri pizzi ricamati sopra sventaglino come farfalle impazzite. I suoi gioielli bruniti fino a perdere ogni colore tintinnano al vento che porta sospiri di rassegnazione, frenesia e dolore. Il piatto più comune in una città così fredda. Le passioni antiche, quelle primordiali, sembrano essere troppo forti per un mondo così anestetizzato dalla vita. Sono sempre state le più dolci. Le uniche pregiate. Taranis lo sa bene, un tempo erano il suo unico alimento. Ma ora sono nascoste. Come l’oro delle Fate. Ecco perché Taranis arriva fino al bordo della balaustra di pietra. Con uno sguardo che langue di desideri ma che deve sostenere la traccia nera della consapevolezza. Apre le braccia e una brezza leggera lo solleva. Portandolo sullo spigolo del davanzale. Con le punte degli stivali non poggiate sulla pietra ma bensì su di una piccola magia. Alza i palmi. Le Ali fremono sulla sua testa scompigliando le ciocche corvine. Non si allarga nessun sorriso. Non zampilla alcun incantesimo. Le ali strappano l’aria come urla. Le piume scivolano l’una sull’altra finché non hanno raggiunto le giuste dimensioni. Poi il salto. La caduta. Il volo.
Taranis ha imparato a cercare a fondo nei cuori che ruba. Affonda le dita delicate nel petto di ogni essere umano. Piomba dall’alto e con la mano trapassa le deboli difese degli uomini. I suoi occhi di digitale purpureo a volte si sciolgono in stanche pozze grigie ma poi tornano a tremolare di luce violetta. Solo in alcuni casi un lampo verde come il vino di lucciole li attraversa. Ed è là che la caccia termina. Il predatore distende la sua Magia e la stringe come una rete. Finché non trova quella finestra dai vetri appannati. Allora le sue dita toccano il vetro e all’interno della loro impronta si può intravedere un poco la sorgente di tanto tramestio. Cosa può mai esserci di più potente d’un cuore? Eccolo là. Taranis si avvicina così tanto da oscurare totalmente la luce dei lampioni. Sulla sua spalla fiorisce un fiore di velluto nero che in un istante sboccia e si allarga. Avvolgendolo coi suoi lunghi petali in un capiente mantello gonfiato dal vento. Dentro, la stanza è grande e spoglia. Le pareti polverose sono state intonacate molti anni prima senza successo. C’è una scrivania che cade a pezzi. Un delizioso armadio di legno inciso e tanto ciarpame da essere umano in ogni angolo. Montagne di vestiti, zaini, uno stereo e una cesta del bucato. Due reti ricoperte da materassi foderati in vecchie lenzuola colorate. Uno dei due, quello in un angolo, ha un copriletto di margherite e fiori di papavero. Le pareti su cui poggia sono dipinte. Protette con una magia. Lo stesso tipo di incanti che usano i bambini, eppure accurato, ben fatto. Pregevole: una ninna nanna che protegge i sogni. Sarebbe interessante per Taranis dargli un’occhiata con maggiore attenzione ma ecco che una figura entra dalla porta. È girata verso il corridoio e continua a parlare con qualcuno. Fa un passo nella stanza, prende contro allo stereo con il dorso del piede nudo e comincia a imprecare appoggiandosi ai due scarni scaffali di libreria. Non è troppo slanciato e in effetti nemmeno troppo bello. Ci sono esseri umani che si potrebbero spacciare per sidhe e questo non è assolutamente il caso. Taranis lo sa, se ne intende di bellezza perché ne è totalmente schiavo. Ha un corpo paffuto e pallido con una faccia quadrata e occhi piccoli stretti nel dolore. I suoi capelli però sono divertenti. Di un nero verde piuttosto forte e scompigliati in un arruffato groviglio, un nido d’ispidità e sofficezze. C’erano cicisbei un tempo che avrebbero pagato molti denari per quell’accostamento di colori e per quel volume di capelli. Eppure il ragazzo è tremendamente vittima del suo tempo. Pochi stracci cuciti assieme senza alcuna cura per la bellezza dei tessuti. Nessun gioiello. Uno straccione insomma. Ma ha qualcosa dentro di se. Scintilla anche mentre si trascina zoppicante al suo letto. Quello nell’angolo protetto dalla ninna nanna dipinta. Massaggiandosi e lamentandosi un po’ si stiracchia come un animaletto silvano e poi sbarra gli occhi al soffitto. Mentre i suoi pensieri cominciano a rovistare trai colori della stanza la luminescenza al centro del suo petto s’intensifica fino a diventare una corona di raggi solari. Sotto di essa, sotto le carni, il Corvo Tempesta cerca il cuore. Lo trova avvolto da una fitta condensa di brina. Un cristallo di neve. Un semplice fiocco del cielo.
Ma ecco che il vetro della finestra cambia. Ancora un’altra magia. Da quando gli umani sono diventati così abili in questo senso? Ed è in quel momento che Taranis si chiede per la prima volta se il potere che sente è davvero umano. In un batter di ciglia si trova davanti a una finestra diversa. Il palazzo stesso è cambiato. No, non si tratta di magia. Taranis sta cavalcando la visione di qualcosa o di qualcuno. Sta navigando nel tempo, o comunque in quella cosa che gli umani chiamano così. La memoria e la realtà non sono così distanti per il Popolo delle Fate. Basta solo saper osservare.
Dopo un capogiro si trova su di un balcone stretto come un corridoio. Ci sono due finestre e una porta a vetri. Una delle finestre da su un bagnetto buio mentre l’altra su una camera illuminata da un televisore. Sul letto quattro gambe femminili sono intrecciate in un abbraccio immobile. Poco più lontana una bottiglia di vino con due bicchieri vuoti ma macchiati di scarlatto. Taranis inspira forte il profumo di neve che si agita dietro la porta a vetri. Ed è proprio al di là di essa che riesce a intravedere uno scorcio di camera. Una libreria e un tavolo di legno e vetro sul quale riposano computer e fogli, una grande lampada nera che sembra un pendlo e tanti ninnoli colorati. Altro ciarpame. Aguzza lo sguardo ma oltre a un basso mobiletto nero e a una fila di dischi musicali non c’è altro. Gli umani non sanno mai fino a che punto circondarsi di cose belle sia importante per decorare se stessi e la propria personalità. Finalmente qualcosa si muove. È proprio lui, sebbene molto più magro. Ora i capelli sono tagliati così corti da ricordare quelli di uno schiavo. Al collo porta una collana di perle di legno scuro. Al dito ha una fede d’argento. Liscia e semplicissima. Eppure così accecante di potere, sesso e giovinezza. Il suo modo di muoversi ha qualcosa di diverso. Ovviamente i suoi contorni rischiano sempre di sfiorare qualcosa e di travolgere qualcos’altro. Ma è un poco più adulto. I sogni turbinano in un circuito che lega il suo cuore alle sue mani. Ora è vivido in lui il seme che può portare alla creazione di un’opera degna di essere goduta. E’ sgraziato certo, non ha quasi niente di genuinamente affascinante, ma in lui è nato il potere di far sì che qualcosa lo diventi. Un pensiero, magari, o una visione, forse. Si mette al computer e comincia a scrivere o a fare quello che i mortali come lui fanno davanti a un computer. Il sogno fluisce ad ondate con un semplice gesto e Taranis rimane a guardare. Il cuore è ancora lì che batte. Delicato e gelido come le stelle che viaggiano trai mondi e cambiano i destini di interi popoli. È un cuore epico. Qualcosa che è meritevole guardare e tremendamente rischioso toccare. Taranis sta per avvicinarsi ancora quando la ruota fa un altro giro.
Ora si trova su di un balcone di pietra abbastanza ampio e chiuso su più lati. Sembra un cassetto aperto a metà che lascia solo intravedere il suo contenuto. Taranis si fonde con l’ombra dei batuffoli di pioppo che picchiettano contro i vetri esposti. Trasformarsi nell’ombra di un uccellino, di un dragone o di qualcosa d’infinitamente più piccolo e insignificante è ogni volta un riflesso quasi incondizionato per lui. Taranis può giocare liberamente con il suo corpo, fintanto che gli uomini non lo guardano, e nel quartiere industriale dove si trova ora non c’è anima viva. Dopo aver lavorato come api depresse, demotivate, decerebrate… gli uomini se ne sono andati. Si sono rinchiusi in casa da qualche altra parte. In uno scorcio di Felsina che non ricordi loro quanto sono piccoli e insignificanti. Che bizzarri in ogni caso gli umani… pensa Taranis, tanto impegno solo per soffrire vite intere. Solo per non arrivare da nessuna parte. Eppure qualcosa oltre il balcone, il vetro e le porte finestre lo sta aspettando. Il ragazzo è rannicchiato nell’angolo di un divano grigio e macchiato con una coperta ridicola addosso. In una stanza che riporta i mobili della precedente visione solo più curvati sotto il peso di mille inutili cose e di tantissimi libri. Il giovane ormai non ha più niente di bambinesco sul volto. La pienezza delle carni ha lasciato il posto alla forza dell’ossatura. Un aspetto più emaciato ma di gran lunga più intrigante. I capelli seguono un ciuffo denso come un’onda incisa nel legno. Li portavano così i cantanti di qualche anno prima, o forse cinquanta… a Taranis non interessa. Il Cuore dentro il petto rimane lo stesso. Le mani oramai sono ardenti di potere. Hanno già creato qualcosa d’importante e sicuramente sono entrate a contatto con la Dea. Forse il mortale ha imparato come si fa una preghiera, un tributo o addirittura un sacrificio! C’è qualcosa di strano, decisamente bizzarro in una consapevolezza del genere. Come se non tutto fosse andato perduto e il mondo avesse ancora qualche possibilità di non perdersi nell’amaro gelo del Nulla. Là dove non ci sono Sogni. Là dove non esiste lo Stupore. Là dove tutto tace nello scorrere crudele del tempo. Là dove l’inizio e la fine non hanno più a che vedere con il Fato, ma con il caso. Il deprimente e rachitico caso. Taranis si avvicina al vetro consapevole che presto la visione cambierà. Riesce però a intravedere alcuni segni su quel corpo di carne bianca che come scudisciate testimoniano qualcosa d’incredibile. Ferite che non dovrebbero esserci. Quell’essere umano patisce le piaghe della Banalità. Soffre della piattezza, della noia, della pigrizia e del vuoto. E’ repellente a tutto ciò che convenzionalmente uccide l’eccezionale! Soffre, soffre rintanato in casa propria sotto quella ridicola coperta sulla quale si rincorrono ritratti di cani da caccia. Com’è possibile? Come diavolo è possibile…
Eppure la risposta è così semplice.
Basta solo un ultimo cambio di tempo, di luogo e di realtà.
Taranis si ritrova sul tetto di casa propria. Si ricorda tutto ora. Rammenta dei viaggi, come quello appena concluso, che lo portano ogni tanto a ripercorrere sentieri importanti.
Capisce che la via per un cuore mortale è anche l’unica strada per raggiungere il proprio. Che non importa quante avventure vivrà o se gli possa venire da un momento all’altro la balzana idea di conquistare un’isola e trasformarla in Arcadia.
No, l’unica cosa davvero importante è che egli possa sentire il suo di cuore battere all’unisono con quello di qualcun altro e che grazie a questo trovi sempre la strada di casa.
Ecco perché Taranis senza più trasformarsi si spoglia d’ogni suo abito, fronzolo o amuleto. Da nudo raggiunge un lucernario quadrato appena socchiuso tra le tegole di cotto rosso.
Lo apre e vi si cala dentro senza alcun indugio.
Senza che il mondo cambi.
Taranis s’infila sotto le coperte e si lascia abbracciare.
“Ti amo…” sussurra una voce nel buio e improvvisamente due battiti uniti, nel petto di due creature incredibilmente diverse, sono un mondo che dev’essere ancora del tutto raccontato."